Libertà – Teoria e pratica | Venganza

A continuación encuentras un relato de Marta Basso, poeta italiana que participa en el sexto número de la revista, dedicado a la venganza. En italiano.

Libertà—Teoria e pratica

­5:30. Come ogni mattina, puntuali, gli portavano la colazione. Si sentiva benissimo quando lo svegliavano: si sistemava i quattro peli che gli rimanevano in testa, faceva due passi, salutava tutti con un sorriso e poi consumava la sua meritatissima prima colazione. Era felice, anche perché sapeva che nessuno lo era più di lui: questo perché egli solo, tra tutti, aveva capito la fortuna che gli era capitata in sorte. Una casa comoda, calda; degli amici simpatici, fidati; la possibilità di non lavorare; tre abbondanti pasti quotidiani.

“Ehi, spostati da lì, ho fame!” gli sbraitava dietro uno, e lui si spostava, lo lasciava mangiare e si rimetteva in coda, perché sapeva benissimo che ce ne sarebbe comunque stato ancora per lui; non poteva essere altrimenti, perché la sua vita era la migliore del mondo.

L’immaginazione di Issimo, a suo dire, “l’essere più felice dell’universo”, non arrivava nemmeno a concepire una condizione migliore della sua: per questo prendeva tutto con filosofia, non piangeva e non metteva il muso, aspettava il suo turno, e, se questo non arrivava, si metteva l’animo in pace pensando a un domani che sarebbe stato sicuramente migliore. Non poteva essere altrimenti.

I vecchi della comunità, una sera, radunarono tutti per una comunicazione straordinariamente importante: non era mai successa una cosa del genere, e l’agitazione nell’attesa era palpabile. Prese la parola il più anziano di tutti, che faceva quasi fatica a parlare dalla costernazione:

“Alcuni dei nostri concittadini, stamattina, facendo una passeggiata, hanno per caso sentito delle parole preoccupanti… direi aberranti, che riguardano tutti” cominciò, indicando un gruppo che si era staccato da tutti noi e i cui componenti, notò Issimo, tenevano tutti gli occhi inchiodati al suolo “Prego uno di loro di venire qui vicino a me per dare a tutta la comunità l’annuncio”.

Issimo non capiva. Passeggiata? L’aveva fatta anche lui, quella mattina come tutte le altre, e non aveva notato nulla di strano, di diverso… Andava tutto bene, come sempre, e come non poteva altrimenti andare. Meditava questi pensieri, quando il più grosso del gruppo si mosse (a fatica) verso il centro della scena senza staccare lo sguardo da terra, e, fermatosi nella costernazione più totale ebbe la forza di pronunciare solo queste poche parole:

“Vogliono ammazzarci. Tutti. Domani mattina”.

Un silenzio raggelante invase tutta la stanza. Nessuno osava parlare, finché Issimo, persuaso dell’assurdità dell’affermazione, non sbottò:

“Non ci credo, perché dovrebbero? Ci portano da mangiare tutti i giorni, ci curano amorevolmente. Questa è la migliore vita che ci potesse capitare, siamo liberi, liberi di vivere come ci pare”.

“Siamo liberi in teoria” si erse il vecchio che aveva preso parola pochi minuti prima “ma non lo siamo in pratica. Ed è ora di far coincidere la teoria con la pratica: scapperemo stanotte, tre ore prima che sorga il sole, per avere il tempo di allontanarci sufficientemente per non essere raggiunti da chi si accorgerà che siamo fuggiti”.

Issimo non poteva né voleva scappare: un salto nell’ignoto, perché nessuno gli assicurava che oltre quei quattro muri entro cui aveva sempre vissuto esistesse qualcosa… E per cosa poi? Per una presunta volontà di assassinarli… E perché, perché tutti? Una rappresaglia? Ma erano sempre stati educati, con i superiori, nessuno che avesse mai dato problemi… Nessuna lamentela, persino pochi malati… No, non poteva essere vero.

La notte, per Issimo, e solo per lui, passò tranquilla, esattamente come tutte le altre che la avevano preceduta e che, almeno nella sua mente, l’avrebbero seguita.

Ma quando si svegliò, per un rumore di passi pesanti di più d’un paio di gambe, si ritrovò solo: non aveva creduto che sarebbero scappati davvero, e tutti… che creduloni! Meglio, stamattina avrebbe avuto tutta per lui la colazione. Ma non fece nemmeno in tempo ad analizzare come avrebbe voluto la fuga dei suoi compagni che sentì i passi fermarsi proprio a qualche centimetro da lui:

“Dove sono andati tutti? Che diamine è successo?”
“Porci! Non ci posso credere…”

“E’ assurdo… E’ un incubo…”

“Uno ne è rimasto?! Uno?! Ti faccio vedere io…”

Queste furono le ultime parole che Issimo udì, prima di sentirsi un coltello gelato piantarglisi tra capo e collo. Morì quasi senza un gemito, forse ancora convinto che la sua fosse la miglior vita del mondo, e che per questo meritasse una morte da eroe: in realtà, in quella coltellata c’era tutta la rabbia e la delusione di chi ha perso, per sempre, il guadagno di una stagione lavorativa.

I compagni di Issimo erano già lontani quando gli allevatori cominciarono le ricerche: alcuni, che si erano fermati per strada per la stanchezza causata dalla poca prestanza fisica, o che avevano avuto poca fantasia nel nascondersi, furono trovati ed ammazzati; ma altri, che ancora vivono senza recinti nei boschi, sono diventati, in valle, simbolo di libertà, quella vera, non solo teorica ma anche pratica, e sono ricordati da tutti i loro simili come eroi. Se andate in Val D’Ultimo, sicuramente vi racconteranno la leggenda dei maiali che sfuggirono alla morte che gli era stata assegnata, e, se siete fortunati, potrete trovare qualcuno di loro vagare nel sottobosco, e che ancora oggi, vecchio e stanco nelle membra ma giovane nell’animo, alla macchia predicando la libertà.

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